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Chi siamo

Sara, Veronica e Luigi ti accolgono in palestra

Accoglienza

Il primo passo lo facciamo insieme

Sara, Veronica e Luigi ti accoglieranno per farti sentire a casa tua e raccontarti come noi viviamo questo luogo e lo sport.

Estate 2013, World Master Games: l’Olimpiade dei veterani.

Sul tatami non salgono ragazzi, ma uomini che praticano da vent’anni o trenta e portano addosso il conto delle proprie cadute.

La squadra che rappresentava l’Italia – formazione judoistica bolognese, cuore pugliese – si fece strada tra venti rappresentative nazionali fino alla finale a squadre.

La perse per tre a due contro il Kazakistan.
Nei verbali di gara resta questo.
Il resto no.

Dall’altra parte c’erano uomini cresciuti a forza e fatica, abituati a passare attraverso l’avversario. Contro quella potenza, opporre potenza non serviva. La risposta non fu l’urto: fu cedere al momento giusto, deviare la spinta, rientrare quando l’altro aveva già speso lo slancio.

Fine dell’incontro. A bordo tatami, mentre l’adrenalina scendeva e restava il rispetto, il kazako si avvicinò. Mise una mano pesante sulla spalla, sorrise con la fatica ancora negli occhi e disse, in un inglese masticato:

“You are not a rock… you are Tidal.”

Tidal. Una parola sconosciuta, cercata solo più tardi: la marea. La forza che non affronta la roccia di petto. La circonda, si ritira quando deve, torna sempre.

In un’altro modo, quell’avversario aveva appena detto Ju (柔): la cedevolezza. Da sola è solo una tecnica. Messa accanto a Do (道) — la via — diventa Judo: non un modo di combattere, ma un modo di attraversare le cose. È l’arte che cerchiamo ogni volta che saliamo sul tatami, e che non si finisce mai di imparare.

Luigi Semeraro - Tecnico di Judo
Logo del 2014

2014 – L’incontro degli opposti!?

Un anno dopo, quando arrivò il momento di fondare l’associazione, quel ricordo era ancora vivo.

Il primo nucleo nacque dall’incontro di due discipline lontane solo in apparenza: le arti marziali e la danza. Chi veniva dal tatami e chi veniva dalla pedana scoprì di lavorare sulle stesse tre cose – il ritmo, il centro di equilibrio, e l’energia che diventa movimento invece di diventare scatto.

Il nome era già stato pronunciato. Bisognava solo dargli un cielo.